Quando nella seconda metà del decennio scorso furoreggiava in Gran Bretagna il nu rave, effervescente ibrido fra indie rock e dance, alfiere principale del fenomeno era questo giovane quartetto londinese.
Dietro il suo successo, dovuto anzitutto all'effetto contagioso di Golden Skans, una di quelle canzoni che definiscono un'epoca, c'era però molta sostanza. Nessun altro gruppo di quella generazione era dotato di un simile impianto culturale. A descriverlo basterebbero le citazioni disseminate qui e là: dal nome (ispirato a una suggestione del futurista Marinetti) al titolo del primo album, Myths of the Near Future (omonimo a una raccolta di racconti di James Ballard), con brani che alludono a Thomas Pynchon (Gravity's Rainbow) e William Burroughs (From Atlantis to Interzone). Musiche ad alta densità letteraria, insomma.
Dipenderà da questo il modo problematico con cui hanno affrontato il periodo seguente, forse imbarazzati dalle aspettative suscitate in precedenza (Myths... era stato insignito del Mercury Prize, l'Oscar della musica pop britannica). Così il disco nuovo, che dovrebbe essere intitolato Surfing the Void, è stato revisionato più volte e uscirà solo dopo i test estivi dal vivo, Traffic incluso.
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