La musica ribelle. Extraterrestre. La radio... Se ci sono canzoni che fanno tornare in mente l'epopea delle radio "libere" e di "movimento", più di altre sono quelle di Eugenio Finardi. I tardi anni Settanta, le utopie che custodivano, l'entusiasmo naif, una certa quale sfacciata supponenza. Dentro avevano tutto questo: rappresentavano cioè lo spirito dei tempi.
E chi ne è stato autore ha finito per rimanerne suo malgrado ostaggio. Accade quando si compiono imprese rilevanti: difficile poi sottrarsi all'ombra lunga che lasciano. Italoamericano di passaporto e milanese di residenza, come buona parte della crema della scena musicale dell'epoca, gravitante intorno all'orbita della Cramps Records di Gianni Sassi, nei decenni seguenti Finardi ha provato con ostinazione e coraggio a spostare avanti, o anche solo altrove, il proprio orizzonte musicale, com'egli stesso ha raccontato nell'autobiografia intitolata appunto Spostare l'orizzonte: come sopravvivere a 40 anni di rock.
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