chi quando cosa info gallery edizioni passate credits feedback home splash screen Traffic Torino Free Festival

Giorno Tre, 13 Luglio
di Tommaso Labranca

In questa edizione di Traffic convergono tre città e tre animali. Due sono bestie possenti e decise: il Toro e l'Orso. Bestie concrete e con le zampe per terra che al mattino si alzano e vanno a lavorare a piazza Affari o Wall Street, dove hanno un impiego come simbolo dell'andamento delle Borse.
Il terzo animale-simbolo dovrebbe essere la sirena Partenope. Ma la sirena bestia non è, ossia lo è per metà, per il resto è quasi umana. Approfittando di questa sua doppia natura ` riuscita a eludere sia i cataloghi di zoologia sia le Pagine Bianche. Si è iscritta invece in un evanescente registro mitologico ai cui appartenenti la giunta Bassolino pare garantisca trattamenti di favore nel quadro dei concorsi regionali proprio in virtù della loro precarietà esistenziale.

E già un tempo Partenope fu al centro di un duro attacco per la scarsa trasparenza che le fece vincere un ulteriore concorso comunale durante il quale oltre 9000 bestie mitologiche si contendevano un solo posto di simbolo cittadino. Partenope raccontò una tragica storia d'amore e morte: perdutamente innamorata di Ulisse e da questi rifiutata, si gettò in mare, annegando nel golfo di Napoli. Vinse subito il concorso, tra le lacrime dell'intera giuria commossa.

Ma ancora si ricorda l'aspra battaglia moralizzatrice capitanata subito dopo dalla Lega Nord, la cui candidata, la dea celtica Bo Find a forma di vacca, era stata esclusa dal concorso. "Ma come?" tuonò l'onorevole Calderoli. "Una sirena, una che per metà è pesce, si butta in mare e muore annegata? Sempre i soliti finti invalidi! Sempre la solita truffa alla napoletana!"

Lo scandalo, invece che nuocere, segnò il definitivo trionfo per la sirena Partenope. Come ha detto il sindaco Rosa Russo Jervolino in una sua recente partecipazione a "Porta a Porta": nessuno meglio della sirena Partenope potrebbe rappresentare la doppia natura della città, avvenenza e mostruosità, realtà e fantasia, adulazione e inganno. E poi quella minima dose di omertà che non guasta mai. Il Toro di Torino e l'orso (Bär) di Berlino sono troppo vincolati onomanticamente alle proprie città. La sirena, se accusata, può agevolmente discolparsi: "Io sono Sirena, quella è Napoli... non abbiamo che una sola sillaba di contatto."

Così, forte di un incarico che nessuno le toglierà mai, la sirena Partenope ha fatto la sua comparsa nella parte letteraria di Traffic, ospite del Toro che le ha messo a disposizione i Giardini Reali. In due giorni ha presentato separatamente la sua doppia natura. Ieri, venerdì, ` salita sul palco la parte femminile, Valeria Parrella. Scrittrice brava nella sua compostezza multipla di scrittura, pensiero e lettura. Mai eccessiva nell'esposizione, meditativa prima che accusatoria. Si alternava nelle letture ai brani eseguiti da Raiz, anch'egli composto, quasi sognante. Due risposte spiazzanti a chi ha sempre l'idea degli artisti napoletani come masanielli sudati e urlanti.
Valeria Parrella è vagamente sirena anche lei, con quello strano animale doppio mosca+balena che ha segnato il suo successo letterario. Valeria è una miniaturista di interni napoletani, non una violenta affrescatrice dei soliti scenari di sfacelo e scandalo. Ma le sue miniature riflettono come piccoli specchi quegli stessi scenari di sfacelo e scandalo che, proprio per il modo inatteso in cui arrivano a noi, hanno la capacità di persistere più a lungo nella memoria.

La parte ittica della sirena, il pesce più spiacevole, quello che non aspetta nemmeno tre giorni per puzzare è invece salito sul palco il giorno prima, giovedì. A parlare c'era Mario Martone, il regista di "L'Amore Molesto", da molti identificato con la crasi "il regista molesto". Un principe di banalità, un abile miscelatore di cocktail a base di noia e irritazione. Sono rimasto dolentemente colpito quando Martone ha iniziato a sparlare del nord-est italiano con termini violenti e offensivi. Un artista non dovrebbe esprimersi così, con la stessa rozzezza di pensiero di quei salumieri entrati in formazioni politiche localiste per difendere i propri interessi bottegai. E soprattutto non si va a fare il paladino di Napoli dopo averla abbandonata per trasferirsi in una più comoda Roma. Mi auspico un accordo Venezia-Napoli per far passare qualche momento molesto a Martone.

È facile cadere nel luogo comune e nel cialtronismo geografico quando si parla di Napoli, ma anche quando l'oggetto del discorso è Berlino il rischio è dietro l'angolo. Napoli non è l'Italia e Berlino non è la Germania. L'Italia non esiste, esistono solo comuni e campanili, proprio come la Germania non esiste ed esistono forti identità locali, dove il termine Heimat (patria) indica più spesso il Land della nazione intera. Se prima che con l'Interrail si viaggiasse un po' anche con i libri ci si renderebbe conto che la Germania è un mosaico urbano-letterario più variegato dell'Italia, dove tra la Berlino di Döblin, la Weimar di Goethe e la Lubecca di Mann ci sono distanze incolmabili.
Ma il giovane artista che a un certo punto decide di dare una verniciata cool al proprio curriculum, parte per Berlino con un low cost e già dopo una passeggiata lungo l'Unter den Linden crede di aver aspirato con il profumo dei tigli anche l'essenza della cultura tedesca. Inizia così a dipingere con le pennellate angolari degli espressionisti. Ma dietro quei tratti forti, dietro quella cupezza di tinte e situazioni c'è solo maniera e tutti i limiti dell'emulazione. Come quando i pittori gotici tedeschi che cercavano di rifare gli angeli che avevano visto a Siena, ma non sapevano infondervi dolcezza perchè forse avevano gi6agrave; nel dna le pennellate angolari degli espressionisti di sei secoli dopo.
Opere emulative come quelle che ho visto nelle gallerie torinesi che hanno aperto esposizioni legate al tema di Traffic. Gli artisti Italiani partono con l'idea di rifare Otto Dix ma poi ricadono in Totò e Peppino (divisi a Berlino).

Ecco perchè l'unico artista tra tutti quelli esposti che mi ha coinvolto l'ho visto alla Marena Rooms Gallery. Si chiama Guido Alfs e pur essendo nato nel 1971 possiede lo stesso dna espressionista che già operava nei suoi antentati gotici. Alfs è pittore cupo, trasversale, violento, berlinese per nascita ed essenza e non per emulazione. Figlio della Berlino-sirena, quella ormai inesistente, distrutta dai bombardamenti e di cui si hanno solo ricordi mitologici. Nelle opere di Alfs c'è la paura che le tremende leggende tedesche facevano ai bambini disobbedienti. Non ci sono le stucchevoli storielle sotto il Muro alla Bowie o alla Pink Floyd nè le immagini lucide della Berlino dei loft che ci propinano i mensili patinati di architettura. C'è una Berlino paludosa, con i colori del legno marcio. Come se la Sprea fosse uscita dagli argini e avesse sommerso tutto per decenni. Quando poi le acque si sono ritirate, Alfs ha iniziato a ritrarre quello che era tornato alla luce. C'è un dettaglio di un'opera di Guido Alfs, "Der Flugtag", in cui uno strano aereo enorme e dal volto umano sorvola persone terrorizzate. Ieri ho passato parte della serata fissando quel dettaglio e poi naturalmente ho dormito malissimo. Ma non so se mi abbia procurato più angoscia quell'aereo antropomorfo o le centinaia di giovani universitari un po' stracciaroli, fan degli Arctic Monkeys, ascoltati sul bus-navetta verso la Pellerina mentre si auspicavano di andare "a fare l'Erasmus a Berlino perchè lì sì che ci si diverte".