Vera celebrità nel sottobosco indipendente, ammirato da gente come Kurt Cobain, David Bowie e Steven Spielberg. E’ cantautore sui generis e ultimamente artista di grido. Minimo denominatore comune delle sue opere è un approccio in “bassa fedeltà” alla materia espressiva, che si tratti di registrare canzoni su un quattro tracce nel garage di casa (come accadeva al principio degli anni Ottanta) o di disegnare figure fumettistiche con tratto infantile. Riflessi dell’estro schietto e vulnerabile di un outsider capace di tramutare in arte il proprio disordine psicologico. Così lo ritrae anche il documentario di Jeff Feuerzeig The Devil and Daniel Johnston, in mostra accanto a una trentina di disegni e alle copertine dei dischi più celebri.