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Festival
TRAFFIC 

JOURNAL

Postilla. Vincitori morali: Mao & Santabarba

luglio 13, 2008 16.51 by Pier Andrea Canei
Vabbè, Traffic non è Sanremo, anzi per fortuna è l'esatto contrario. Però un riconoscimento simbolico ci vuole,  per Mao & Santabarba

  • per una perseveranza diabolica nell'eseguire cover dell'universo mondo e diffondere buone vibrazioni
- per aver accolto gli alluvionati dell'ultima sera nel tendone (ex aequo con Wi-Pie)
- perché ho storpiato il loro nome in Santabarbara (mi si è alluvionato il notes, grazie a Spiderland per avermelo fatto notare).

un bis a casaccio ripescato da qualche parte:video



la prossima volta sarebbe bello anche vederli sul main stage, se l'arca di Noè non cola a picco. saluti :p




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Giorno dopo il festival. Perturbazioni live. Torino, 12-13 luglio.

luglio 13, 2008 08.35 by Pier Andrea Canei

La migliore postazione per vedere Patti Smith, a un certo punto, è il cesso dell'area invitati. Da dove, facendo quello che si deve fare, si sfrutta anche un'ottima visuale sul palco sbirciando attraverso il finestrino a grata, e non ci si becca neanche una goccia di quella muraglia d'acqua che si abbatte sul popolo di Traffic dandosi arie da diluvio universale.

 

La migliore postazione per non vedere Patti Smith è da Wi-Pie, dove gli sfollati del diluvio che sta riempiendo di acqua la mitica vasca della Pellerina (dopo che i Massimo Volume se l'erano cavata con il mimimo della pioggia) attendono tempo migliore in compagnia di Mao e i Santabarbara, che indefessi intonano canti della resistenza come Get Up, Stand Up e Please, Please Me. Fuori intanto i pompieri e le idrovore fanno da supporter a Patti, con un lavorìo frenetico e probabilmente determinante per non far naufragare tutti.

 

Poi la pioggia si arrende al carisma festivaliero di Patti, che sembra contenta di non dover suonare per un tappeto di ombrelli, e dispensa i consigli di nonna Papera per quando si torna a casa: «Have a hot shower, a hot tea, get some good sleep and have wonderful dreams». Una doccia, un infuso, tutti a nanna. Nessuna menzione, stranamente, della maglietta della salute, «che sennò vi buscate un accidente».

 

Tra Redondo Beach, Because the night, People Have the Power il concerto però ha un gran finale all'altezza. La bambina più rockettara di Traffic ha gli stivali di gomma rossi e balla benissimo, come se seguisse Patti Smith dagli esordi.

 

Perché non è Patti a chiudere la serata, come noblesse rock imporrebbe? Alberto e Cosimo assicurano che è la signora, signorilmente, ad aver scelto di andare a letto presto, dopo aver concesso tutti i suoi bis ed essere riapparsa a fianco di Manuel Agnelli. Il quale, peraltro, con i suoi Afterhours si porta a casa la serata, coinvolgendo forse più di qualsiasi altro performer il pubblico torinese. Con qualche eccezione. Come la bambina dagli stivali di gomma rossi, che non vuole saperne di piccole jene e smette di ballare appena se ne va via Patti.

 

Ci sarebbe il PalaOlimpico, ci sarebbero i Murazzi, ma ci sono i consigli di nonna Papera da seguire per chi è moderatamente inzaccherato. ll blogger di Traffic ringrazia, saluta, sparisce. È stato un bel viaggio, è stato un festival vero, andiamo avanti così. Facciamoci del Traffic.


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Giorno dopo giorno 5. Precipitazioni punk. Torino, 11-12 luglio 08.

luglio 12, 2008 10.10 by Pier Andrea Canei

«Das war typisch italienisches Chaos!» ridacchia, al telefono, un gioviale omone tedesco con badge targato Sex Pistols, seduto nell'area lounge, circondato di fanghiglia. E se la ride di cuore. Un tipico casino italiano? «Sì, quando è arrivato l'acquazzone sotto al palco c'era un groviglio di cavi indescrivibile, assolutamente fuori norma: roba che in Germania non te la facevano passare neanche dipinti. Poi, tutta quell'acqua, in mezz'ora, un rischio cortocircuito che non ti dico, poi sono arrivati i pompieri e hanno pompato via tutto, per fortuna. Ma questo è il festival più importante d'Italia?» Il signore tedesco, uno spedizioniere che arriva da Londra dove ha prelevato in tutta fretta chitarre e strumenti vari per Johnny Rotten e compagni, si è seduto a rilassarsi vicino alla postazione di Wi-Pie (dove  c'è un pregevole incessante lavorìo di armonie vocali e di chiacchiere colorate da parte di Mao e dei Santabarbara) si diverte un mondo, e questo è lo spirito giusto.

 

In difesa della fanghiglia, va detto: era giusto che ci fosse stasera, era esteticamente appropriato, era corretto nei confronti di tutti quegli spettatori con le creste e le canotte strappucchiate, con i guinzagli puntati al collo e con i ciuffi verde e arancione e rosso powerade. E poi fa tanto Glastonbury, per non dire Woodstock, e c'è un quartino di nobiltà rock'n'roll in più anche per gli imborghesiti dell'area lounge, tipo il blogger di Traffic, finalmente costretti al disagio, a marciare attraverso scivolose paludi anche per prelevare una birretta. 

 

I Punkreas, che raramente hanno a che fare con raduni di massa, sembra debbano saltare causa maltempo, poi la ragione prevale e iniziano a suonare, facendo partire anche l'allarme di un grosso van blu. Vengono compressi in uno showcase di energia, ma sono piuttosto apprezzato dal popolo del pogo, gli autoscontri umani di stretta osservanza punkrock che fanno da contrappeso all'eterodossia del popolo dei display luminosi: sembra che a un certo punto tutti quelli che non stanno pogando stiano riprendendo in diretta il concerto, fotografando, registrando, chissà poi per farne che. Modesta proposta: riavvicinatevi, o popoli del pogo e del display, in nome della fratellanza Traffic: andate tutti a pogare con i cellulari e le videocamerine in mano, poi scambiatevi segni di pace e mail multimediali e siti online con le vostre soggettive del pogo.

 

La cosa carina è che c'è anche la mamma-chioccia stile Carmela Soprano con i suoi due cuccioli con ciuffolotti punk in erba, allarmata ma anche un po' sorridente alla vista dei poganti e delle canne e delle bottiglie di plastica che volano. Lei lo sa che vogliono solo giocare. È tutto punk formato famiglia, compresi i Wire che suonano solido e preciso, anche se sembrano piuttosto abbattuti, fin troppo dimessi. Con tanto di occhiali da vista a mezz'asta, come uno stomatologo di Pinerolo qualsiasi. In effetti dev'essere difficile invecchiare da stimati professionisti nel ramo musica giovanile incazzata, uno come fa ad andare avanti senza dissociarsi da se stesso, uno del middle management che per andare sul sicuro si veste tutto di nero, evita ogni retorica, fa il suo, porta a casa il concerto da vecchio mestierante punkantenne, e scusate tanto, se mi volevate entusiasta mi pagavate quanto i Sex Pistols.

 

Vabbene, in nome dello show chiamiamoli pure Sex Pistols: però poteva essere anche Johnny Rotten & i suoi roadies, Johnnie Rotten & i maestri di tennis, poteva essere la qualunque, in effetti, purché davanti ci fosse Johnny Rotten. Magari aveva i crampi o la stomatite, era in ritardo, era spocchioso, era di qua e di là: però quando è salito sul palco tirando fuori subito qualche improperio in nome della buona educazione, la colonnina del mercurio punk è schizzata verso l'alto. «That was fucking impolite!» strepita, sfiorato da una birra volante, e minaccia di andarsene a casa subito. «You dirty fucking coward!» (carina questa affettazione da upper class britannica: ciò che lo infastidisce è la mancanza di educazione del cecchino ignoto cui dà del codardo). Però, che diamine, è pur sempre Johnnie Rotten: casacca a quadrettoni e pantaloni a quadrettini, conciato come un mix tra Mick Hucknall e Sbirulino, panzuto, puntuto, peldicarotten, ma tiene in pugno la sua fucking audience come quel vero showman che è.

E alla fine è merito in parti uguali della fanghiglia e di giònnirotten se questa serata si colora di mitologia festivaliera autentica. Perché Milano era un rave, Biella un salotto, la prima serata torinese un nuovo cinema paradiso, la seconda un trip elettronico: ma qui sono tutti bagnati, sciamannati, lutulenti, danzanti e schiamazzanti come si conviene a un festivalone vero. «Allah be praised!» (Johnny Rotten in un momento muezzin della sua variopinta performance). 


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Giorno dopo giorno 4. Tricky kebab. Torino, 10-11 luglio.

luglio 11, 2008 09.45 by Pier Andrea Canei

Purtroppo non ci sono Fujiya & Myagi a dare un passaggio stile Speed Racer stavolta, quindi tocca pijà er tassì per corso Appio Claudio, da dove s'imbocca viale del Trigliceride. Tutto grasso che cola: dopo sei kebab, una mortazza, due salamelle con cipolla e senape, quattro crepes alla nutella e un numero imprecisato di patatine fritte con maio si arriva davanti allo stage, al parco della Pellerina. Ehi, ci sono quei martelli elettronici dei Soulwax! Concerto efficiente, precis, da gentils organisateurs, tutti di bianco vestiti, che vanno in bianco anche sulla scelta delle luci. Intanto Alberto Campo sbuca da qualche parte e assicura che chiunque si sia perso i Battles è un folle: sono il migliore gruppo del mondo, categoria punk progessive. «E mi fa piacere sapere che Brian Eno è d'accordo con me».

 

Reduce me seduce me dress me up in Stussy. Tricky regala al pubblico torinese un concerto non facile e la prima Bond girl del festival: una cantante di rosso vestita, della cui identità nessuno è certo. Però sembra in palla e sopperisce alle frequenti vacanze mentali del suo principale, che storicamente si sceglie una musa da cui farsi affiancare, sul palco e su disco, salvo poi negarle la contitolarità del nome. Cioè, non è esattamente Tricky & Romina, o Tricky & Patti: però lei sgobba il doppio di lui (compresa la storica cover di Black Steel dei Public Enemy) e sembra pure contenta.

 

I torinesi un po' apprezzano la rossovestita senza nome, un po' se ne fottono della musica. Ogni tanto si lasciano ipnotizzare e si riavvicinano, attratti dai trucchi di Tricky. Che oscilla tra momenti punk, momenti trip, momenti di amnesia, e comunque oscilla, come sa fare lui, in continuazione. In realtà è un animale magnetico di per sé, cambia registro tra trip hop e punk hop e blues hop, ogni tanto si trascina e delega la rossovestita all'entertainment rifugiandosi nell'ombra: però è snobbissimo e prima di andare via senza bis (non che il pubblico pellerino faccia molto per guadagnarseli) per esempio non elargisce pezzi facili.

 

Hell is round the corner. Ponderosa. Aftermath. Tutti i grandi pezzi non li fa, da prenderlo a botte. Attorno al 1998 il blogger di Traffic era veramente ammirato dalla figura di Tricky, da poco uscito dal gruppo con cui si era fatto un nome, i Massive Attack, per farsi i cavoli suoi e seguire una sua vena tenebrosa-underground che, dopo il debutto-capolavoro di Maxinquaye, lo avrebbe condotto agli inferi di Pre-Millennum Tension (che in verità era molto inferiore, ma teneva alta la mistica del personaggio). In quel periodo stava perdendo completamente la voce (o almeno, ne era convinto) e era attaccato alla sua skunk più hydroponica come a una tetta. O almeno, così dichiarava, in un'intervista senza voce. In confronto adesso è molto più tonico, tiene il palco, ringrazia, ogni tanto sembra addirittura sull'orlo della socievolezza, poi torna a rifugiarsi nell'ombra. Ma questo è esattamente quel che, al blogger di Traffic stasera poco in vena di contatti umani, fa simpatia.

 

Arriva mezzanotte, ci sono i due Soulwax in versione 2Many Djs (sempre gentils e molto organisateurs), si capisce che potrebbero far sballare tutti fino all'alba anche con il ballo del qua qua, ma dopo mezzoretta si è fatto tardi. Alberto Campo risbuca dal suo cyberspazio di deus ex machina e sussurra: «Ahi, c'è il coprifuoco. Tocca andare a farli spegnere».

 

La verità? Il blogger di Traffic è troppo stanco per i Murazzi. Sì, lo sa, è tutto molto bello, ma è già l'una e dopo qualche ora ha un treno da prendere e un giornale da chiudere. E poi non vede l'ora di tornare a Torino a vedere i mohicani, gli apache e i sexpistoleros.

 


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Giorno dopo giorno 3. Torino: la caduta di casa blogger. 9-10 luglio 08.

luglio 10, 2008 11.50 by Pier Andrea Canei

 

«Scusa, siete dell'organizzazione voi?» Con quella beata sfacciataggine che solo una profonda ignoranza può donare, il blogger di Traffic, appena arrivato in albergo a Torino, scrocca un passaggio a un pezzo di storia del rock alternativo italico: metà dei Massimo Volume. Ossia il chitarrista Egle Sommacal che, posato e cordiale, racconta delle sue esperienze da barman; e la batterista Vittoria Burattini, guidatrice con una certa dose di nervosismo che i vialoni torinesi attizzano, e la voce femmina del navigatore non lenisce. «Ci sono coppie che divorziano, per via dei sistemi di navigazione». Sette anni che non suonano assieme: ci sta anche, sbagliare un incrocio. L'importante è non cannare la destinazione, e difatti dopo un po' si arriva in quel pezzo di archeologia industrial-ferroviaria che risponde al nome di Officina Grandi Riparazioni. Succursale, stasera, di casa Usher. 

 

Le soggettie delle folate di vento, i libri che colano giù dagli scaffali, le batterie di candele che si liquefano lentamente: i gatti che occhieggiano dietro ai pendoli, la polvere dei secoli, annidata ovunque, e ovunque spazzata via dal soffio della tempesta. Era la prima volta di molte visioni per questa Chûte de la maison Usher girata nel 1928 da Jean Epstein (con Luis Buñuel sceneggiatore e aiuto regista). E cadenzata stasera dalla colonna sonora live a cura dei Massimo Volume, che ci mettono fegato, cuore, cervello, chitarre suonate da Mimì con l'archetto, chiodi piantati con la batteria, soffi di timpani e giochi di ombre, a esaltare la tensione allucinata e le qualità psichedeliche del film. 


  Fuori ci sta un mondo di torinesi alternativi e faccie da rive gauche: non siamo al circolo del tennis qui, ognuno lavora sul proprio personaggio. Uno che di casa Usher francamente se ne impippa è Loris, trentenne grande grosso e gentile, nato e cresciuto , di orignie calabrese (i miei sono di Tropea, io non son mai stato) venuto qui per vedere Sghisgo (o qualcosa del genere), un amico che suona. Poco interessato ai racconti di Edgar Allan Poe, Loris ha una sua storia dell'orrore da raccontare. Nel novembre del 2007 è entrato da un paio di settimane come addetto allo stoccaggio gomme per la Pirelli Pneumatici a Settimo Torinese (ma lui dipende da una coop, di cui non fa il nome). Lui guida il muletto: il carrello montacarichi che serve a spostare grossi pallets, o carichi. Non è un novizio: ha già lavorato a Roma «ai concerti», dallo spedizioniere Bartolini a Bologna, e in giro per la Toscana. «Però ero nuovo allo stoccaggio gomme: ero lì da poco, e non è che ti stanno veramente dietro; più che altro ti danno qualche dritta, ti smaliziano». A un certo punto Loris appoggia male un carico di materia prima per pneumatici («sono lingue di gomma, i carichi sono di 800 chili alla volta»), che resta in bilico sul pancale, a due metri di altezza. «E allora è intervenuto il mio capo. Ha detto spostati e si è messo lui ai comandi del muletto: io sono rimasto di fianco, per vedere come si faceva». Fuori dal gabbiotto di protezione Loris segue la manovra del suo capo, che però, cercando di rimettere a posto il carico, lo sbilancia. È un attimo, un cigolìo, un tonfo assordante che si perde nel magazzino; è Loris che intuisce e si scansa («altrimenti il piede sarebbe polverizzato») ma non del tutto. Il peso lo prende di striscio, e gli schianta a terra la vita lavorativa. Da quel giorno è fermo; da fuori si vede una lunga cicatrice e una caviglia molto gonfia; da dentro le sue complicate lesioni ossee hanno già richiesto tre operazioni, e ancora non sa se tornerà a camminare normale. Il lavoro non lo ha perso: sta cercando di farsi risarcire («uno che rimane zoppo a vita, almeno 150 mila euro glieli vogliamo dare?»), sta cercando di tenere lo stipendio, sui mille euro al mese, e sta cercando di capire che lavoro fare senza poter fare fatica. «Magari potrei condurre Striscia la notizia, o almeno fare l'inviato: Antonio Ricci mi piace. Io non ho esperienza, ma la stoffa sì».

 

Vabbene, il blogger di Traffic si è intrippato più su cose extramusicali stasera. Il film, il racconto di Loris, il design delle carceri nuove (stanno proprio di fianco all'Officina Grandi Riparazioni, vale la pena di andare a vedere la mostra Flexibility il fumo, la fame. Quella horror, che si patisce in un posto dove riparavano locomotive, dove regalano emozioni multimediali, dove osano le aquile e i «culture vulture», ma dove non soffriggono le salamelle. La birra, invece, c'è. E c'è pure Fabio Novembre in consolle, dopo un po' per l'avvio di una soirèè elettronico-danzante che raccoglie i non tantissimi reduci di casa Usher. Fabio, ormai iconcina pop che salta fuori da tutte le parti mostra alla Besana, cover di Gq, in caffettano alla boutique di Tom Ford, lancia la festa e schizza via per Milano. Provato, il blogger di Traffic finisce su un taxi che infila vialoni a raffica, finisce a Hiroshima, constata il perdurante nottambulismo di Tricky, richiama un altro taxi e ventisei vialoni dopo si affloscia in hotel come una Madeline Usher qualsiasi, come il ritratto ovale di un pendolare sfinito. 


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Giorno 2/ il giorno dopo. Country piemontese. Biella. 8/9 luglio

luglio 9, 2008 09.22 by Pier Andrea Canei

La serata con i Baustelle si apre con un prologo contry-piemontese: nella luce dorata che investe l'hotel Bugella, avamposto "on the edge of town" dove il blogger di Traffic si è accampato, come salta subito fuori, insieme all'entourage della band, c'è una giusta atmosfera sospesa, come prima di un assalto degli Apache. Intanto girano tutti con i sandali, che neanche a Porto Cervo. Poi c'è Claudio Brasini, chitarrista dal capello spaghetti western anni settanta, che spergiura: «Accidenti, ci sarebbe piaciuto suonare con Patti Smith!», anticipando la serata di Traffic a Torino, venerdì. Quella sera però i Baustelle saranno a Bergamo. I grattacapi logistici sono un tormentone anche per loro: «dobbiamo suonare a Benevento a fine mese, volevano farci andare su a Milano per prendere un volo, ma col cavolo! Pulmino in Valdichiana, autogrill Montepulciano, e via pedalare!»  Intanto, la cortesia di Brasini e del suo giro risolve un grattacapo logistico al blogger di Traffic: che senza meno salta a bordo della Mercedes Baustelle, un van bislungo e argentato che si inerpica su per la collina sopra Biella, e recapita tutti a due passi da Piazza della Cisterna, dove sta già cantando Robertina. Siamo, qui, al borgo di Piazzo, parte antica e nobile della città; i camerini della band si trovano nel palazzo che fu dei principi del Pozzo della Cisterna; il palco è giusto davanti al palazzo; dietro c'è il babbo di Francesco Bianconi, ci sono roadies e cugini vari, c'è una voce che gira: i Baustelle hanno in vista una collaborazione importante (Celentano? Macché. Battiato? La mente vacilla).

 

Per scrollarsi di dosso l'impressione che Robertina sia una detentrice di trionfi allo Zecchino d'Oro, bisogna fare un passo indietro e agganciarsi a Internet, sul sito del giro Subsonica, e vedere la sua versione di Nessuno. Videoclip sensuale e latticino, che ricorda molto le visioni di Crialese in Nuovomondo, ma anche (per i più intellò, tipo il cantante dei Baustelle) la formidabile introduzione di Michel Onfray al suo manifesto La politica del ribelle, là dove rimembra i suoi trascorsi di lavorante in un caseificio, e la sua nausèe dinanzi al fromage, ma più ancora dinanzi al sistema di potere e di sfruttamento. Ma non perdiamo il filo: Robertina sta duettando con l'intellò dei Baustelle, che le ha regalato una canzone di cui si è appuntato il testo su un foglietto.

 

In realtà lui ha qualcosa del Lennon di mezzo, quello che non si era ancora sganciato dai Beatles ma già si stava emancipando, a partire dalle basette; il gruppo attorno a lui è efficiente, si riconosce il chilometraggio della band rodata, ma lui ha quell'alone sospeso, al contempo distante e molto, molto al centro delle cose. Intanto a incarnare il lato sensuale della vita ci pensa Rachele Bastreghi, molto power come una Annie Lennox giovane però con chioma nera lucida.

 

Maria, ballerina a Campobasso e fidanzata al seguito del polistrumentista che è di Treviso, habituèe del pulmino della band, fa un ritratto affettuoso di Bianconi, e racconta che "gira sempre con i suoi foglietti, capace che gli dici una cosa e poi tre giorni dopo quando non ci pensi più lui torna e ti dice: sai, ci ho pensato, a proposito di quella cosa, e volevo dirti che". Vabbè. S'inizia con Charlie fa surf, si finisce con Baudelaire. Ogni ragionevole cosa viene profferta al pubblico di piazza della Cisterna, che staziona in piazza senza riempirla tutta o si aggira sotto i portici, dal bar tabacchi (che ha finito la birra) alla Cremeria (dotata, invece, della sempre ottima Menabrea, l'oro biellese insieme alle stoffe merinos di Zegna & Co.). Le effusioni sono molto ammodo, però: a vedere quegli applausi composti, quell'educata richiesta di bis, quelle moderate danze delle prime file, diresti che questi biellesi sono un po' blasè, o che in genere vengano qui a suonare i Coldplay o Cristina d'Avena. Però qui siamo nel salottino buono della città, in cima al suo Parnaso;  e a presentarsi sono gli intellò del nuovo canzonettismo italiano («i gioiellini», dice il bravo presentatore).

Ah, poi c'era questo nel computer, scritto (sul Sole24Ore) a proposito dei Baustelle all'uscita del loro ultimo cd Amen, lo scorso febbraio:

Come si conviene a una band di Montepulciano che ha scelto di chiamarsi con la parola tedesca per «cantiere», tutto è molto costruito, e anche con cognizione di causa: dagli arrangiamenti multistrato (molto retrò-cinematografico-canzonettistico-intellò-pop) al meccano di riferimenti e citazioni che impalca tutti i loro testi, dal tenente Colombo a Piero Ciampi, da Marx a Dior, passando per Alfredino Rampi e Corso Como. Amano la tensione del finto-epico, grandi fondali di cartapesta sonora da demolire con questi testi tra il sardonico e surreale; a volte risultano «too clever by half» (troppo furbi per il loro bene; il singolo Charlie fa surf vorrebbe sfottere la banalità pop ma se ne fa contagiare). Ma quando il gioco riesce (in canzoni come Baudelaire o Il liberismo ha i giorni contati all'ambizione si affianca una qualità malinconica) costruiscono cose ardite, e originali. Nel cantiere pop italiano non sono gli omini con la pala: sono architetti ricchi di Bel Air. È un impressione che dal vivo non viene stravolta; però, grazie al chilometraggio on the road, acquisiscono in immediatezza, e il piglio canzonettistico di molti loro pezzi (L'aeroplano o l'omaggio/plagio di Panico!) prende aria e si trova bene.

 

Alla fine, però, dal salotto parnassiano bisogna anche scendere, c'è tutta una metafisica della funicolare e del taxi biellese che diventano, a mezzanotte, pura astrazione del pensiero. E dunque, sulle ultime note del concerto il blogger di Traffic si allontana nella notte, scarpinando sul bell'acciottolato medievale, verso la sua stanzetta contry piemontese. Senza ansiolitici, senza panico. Ché come prossima tappa ci s'immerge nel gotico torinese dei Massimo Volume, e dell'Officina Grandi Riparazioni trasformata in casa Usher.

 


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Il giorno uno, il giorno dopo: Milano-Biella, 8 luglio.

luglio 8, 2008 09.20 by Pier Andrea Canei

Le cattive notizie subito: per un disguido tecnico la Heineken era vicina al punto di ebollizione.
E a un certo punto anche le pinte di onesta birra alla spina sparivano dalla circolazione, causando sconcerto e raccapriccio nel popolo delle canotte e dei bermuda. L'esatto contrario di una happy hour, qui a Milano.

In compenso, i LnRipley, costolina dura e pura dei Subsonica con un Ninja alla batteria e altri guerrieri di contorno, ruggiscono puntuali: «Dovete fare RUMORE, kazzoh!». Mormorìi di approvazione nel parterre. «E poi cìanno sti ggiri di basso sotto» Cioè, capito. Energie dubstep, vocalizzi di Victor, e cover dei Rage Against the Machine, fanno il loro mestiere: riscaldano qualche migliaio di spettatori a puntino, portandoli in pari con le Heineken. 

Il tempo di piazzare lì due stack di 3x3 amplificatori Marshall che sembrano cubi di Rubik tutti in nero, due giga-consolle piene di lucine da fantascienza e una compilation di faretti bianchi che ricordavano ai più babbions la cover di Genesis Seconds Out, e inizia la messa rave dei Justice

Chissà che fanno, veramente, dietro a quelle console i due, Gaspard Augé e Xavier de Rosnay, che si vedono sempre e solo in controluce, uno a destra e uno a sinistra di quella loro inquietante croce di luce che sta in mezzo a ogni cosa e inquieta e rassicura e battezza i cristiani che ballano davanti al palco (alcuni si son portati da casa delle croci di cartapesta, forse è una frangia dionisiaca dei papa boyz) e ogni tanto alzano il braccino. Il tutto con un'aura che Marino Masotti, analista finanziario con cognizione di causa su cose pop, definisce «come un party underground su un palco secondario Ibiza, ma meno festaiolo, più solenne».

Ma de chè, Augè e de Rosnay? Forse giocano a pong su un vecchio Atari; forse guardano SkyCinema; forse addirittura premono dei tasti, alla deriva in un torrente di interruttori, manopole e levette. Qualsiasi cosa facciano, sembra funzionare: il loro groove pastoso ipnotizza e coinvolge i cristiani ballerini lì davanti; ci sono fughe heavy metal e derive disco, e il sound è calibrato molto bene per un'arena che scampa al pericolo di perturbazioni, ma non alla potente procella elettronica dei Justice per tutti.

Un lunedì di luce, un'estasi fotovoltaica: stroboscopiche al limite dell'attacco epilettico, faretti Seconds Out, striscie e scie di Led e di laser. Monumentale opera d'ingegno elettricista; tutto molto programmato, molto in sequenza, come ogni liturgia che si rispetti. Gaspard e Xavier officiano, non eseguono: e i fedeli ancheggiano con fervore.

Oggi, ricordarsi di seguire il consiglio di Cosimo Ammendolìa e sintonizzarsi al volo su Kcrw, scoppiettante radio cutting-edge da Santa Monica, California. 

Stasera, presentarsi al meglio delle forze nella ridente cornice di Biella, patria di tessuti finissimi e di austera operosità, a vedere che combinano quei bodleriani dei Baustelle, e a incontrare un'altra torinese in gita, Robertina. A seguire, tappone di montagna verso il santuario di Oropa. Ma anche no, la messa dei Justice per un po' copre il fabbisogno di solennità.

piesse. io li metterei anche i link, ma l'editor qui è una pizza. anche più di questo glorioso live.


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Giorno uno: due, tre, prova. Ssssa sssa: Intro. Milano, 7 luglio 2008.

luglio 7, 2008 08.11 by Pier Andrea Canei

La sindrome del lunedì: Milano minacciosa. Il meteo dice temporali leggeri. Caldo non fa. Ma forse con i Justice sul palco stasera all'Arena civica saranno più tempeste elettroniche. In ogni caso, il K-way lo porterei.

 

Gli scioperi Atm, Fs, Ss, Cobas etc. sembrano tutti confermati. Complicateci la vita. è tutto molto rock'n'roll. Vorrà dire che il traffic ce lo faremo in bici, a mo' di Critical Mass.

 

Intanto, mi piace quest'idea del prologo a Milano, poi la seconda tappa a Biella, per il Traffic festival di Torino. Un po' come quando fanno partire il Giro d'Italia dal Liechtenstein, con una cronotappa catalana a seguire. Bislacco, ma efficace per attirare l'attenzione. Precisazione: in ossequio alla filosofia verde mela del festival, questo blog usa solo ecologici treni F.S. Ne va del carbon footprint.

 

Ma questi Justice ci sono o ci fanno? L'anno scorso, il loro tormentino D.A.N.C.E. Quest'anno un video che sembrava La Haine di Mathieu Kassowitz, mixato con l'Arancia Meccanica di Kubrick e liofilizzato in sei minuti di pugno nello stomaco. I francesi hanno questa mania del duo-fenomeno che ti sommuove le budella elettronicamente. Mo' vediamo, qui non si fa criticonzi ma si attende di assorbire di tutto, come moci vileda della musica dal vivo.

 

Scaldano la pista gli Lnripley, drum'n'bass torinese che attendiamo con un'ansia curabile solo con dosi massicce di Lexotan. http://www.myspace.com/lnripley

 

Me myself & I: Non sparate sul blogger, grazie. Ho appena compiuto 40 anni e sono sull'orlo dell'andropausa. Sono troppo vecchio per queste stronzate. Però: ho un tarlo rock'n'roll, mi diverto un sacco a girare. Per poter scrivere questo blog, sono disposto anche a marinare qualche ora di redazione: lavoro a Style, il magazine del Corriere della Sera, il mensile più ganzifero che ci sia e saremmo anche in chiusura. Nelle frattaglie di tempo, curo una rubrica di Playlist su Internazionale, il settimanale più ganzifero. E ogni tanto, quando sono così gentili da chiedermi un pezzullo, scrivo anche sul domenicale del Sole 24Ore, se non sbaglio l'inserto culturale più ganzifero.

 

Se stasera sono qui: lo devo al gentilissimo interesse di Albertfield della direzione artistica di Traffic; alla logistica efficacemente programmata da Gemma & Sarah & Hiroshima Mon Amour; alla sapiente, e pazientemente didascalica, direzione tecnica di Niccolò Gros-Pietro; all'indulgenza di Diamante, al solito incrollabile sostegno di Maddalì. Muito respeito anche al mio predecessore-diarista dello scorso Festival, Tommaso Labranca. I suoi brillanti scritti restano custoditi su questo sito, a imperitura memoria.

 

Questa introduzione è stata scritta sotto effetto del luogo più psichedelico e multimediale della terra: la grotta azzurra di Capri. Grazie a Gino, Nino, Tino e a tutti i barcaroli polifonici di Anacapri.

 

 


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