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Festival
TRAFFIC 

JOURNAL

Giorno Due, 12 Luglio 2007

luglio 13, 2007 10.30 by Tommaso Labranca

Il suo vero nome è Ciro Sorrentino. Ma in onore di questo festival lo chiamerò Ciro@Torino. Dedico a lui questa pagina di diario.
Ciro ha 23 anni ed è originario di Napoli. Napoli e basta. Non ho mai capito perché i napoletani e i newyorchesi devono specificare sempre anche il quartiere di provenienza. Da cinque anni è in Polizia, da due si trova @Torino e stasera è di servizio al concerto dei Daft Punk.

Ciro@Torino è al di quà della barriera che segna il backstage, nettamente staccato dal gruppetto dei colleghi. Nell'oscurità del retropalco è in piedi e fronteggia cinquantamila (almeno) esagitati, illuminati dai fasci bianchi del lunapark daftpunkiano. Stretti in una marmellata umana che come la marmellata sobbolle, sobbolle come il mare agitato, ma invece di bolle d'aria o spuma rompe la superficie con mani che si alzano a segnare il tempo. L'unico movimento possibile in quella massa è un pulsare verticale.

Ciro@Torino resta immobile. Ricorda quei soldatini anonimi che riempiono capitoli minori di storia patria rinascimentale con i loro edificanti aneddoti al limite della balla. A volte, quando ti muovi a caso nell'urbanistica perpendicolare torinese, ti spunta di fronte un monumento risorgimentale al centro di una piazza. In cima alla massa di granito che emula le rocce alpine svetta il supereroe di turno, un re o un generale che pur in mezzo alla battaglia mantiene la compostezza nirvanica e immota dei capelli di Valentino Garavani. E i militi ignoti sotto a fare brechtianamente tutta la fatica, ad arrancare negli angoli del monumento, con la baionetta tra i denti, lo zaino che sta per cedere e con le faccia stravolta. Normale se hai le pallottole asburgiche che sibilano a un centimetro dalle orecchie.

Intorno a Ciro@Torino non volano pallottole, ma i bassi esasperati dei Daft Punk che lo investono da destra, ma non riescono a piegarlo né a coinvolgerlo. La massa oscilla a tempo, ma lui non batte anfibio neanche quando la folla riconosce "One More Time".
La freddezza in momenti di crisi è la prima dote di un soldato. I marines nel Vietnam cinematografico si caricavano con il proprio inno o con la Cavalcata delle Valchirie. Ciro@Torino sopporta i colpi spaventosi di batteria ripetendo nella mente: "Bere troppo ti fa male / Non è questa la realtà / Guida piano per favore / Sogna l'alba che verrà".

Ciro@Torino ha visto almeno sette concerti di Gigi D'Alessio, oltre ad avere, tra casa a Napoli, caserma torinese e auto che ora usa il fratello diciassettenne, una quindicina di cd masterizzati del suo idolo. Per questo non capisce quello che avviene di fronte a lui. Quando Gigi si siede al piano e inizia "Tutt'a Vita Cu Ttè", "Fotomodelle un po' povere" o "Trenta canzoni" il pubblico riconosce il successo e scoppia a urlare e applaudire. Quando poi partono le prime note di "Non dirgli mai" è un boato e le ragazze piangono. Ma questi, si domanda Ciro@Torino, perché scoppiano a gridare quando dopo un certo numero di battute di colpi attutiti riparte la batteria a potenza piena accompagnata da giochi di luce, senza che sia stata riconosciuta una vera hit?
E' una specie di liberazione, vorrei dire a Ciro@Torino. Si trova nella musica primitiva e in quella dance. Crea la tensione, il corpo vorrebbe muoversi, ma la potenza non è sufficiente. La si fa crescere per qualche battuta e poi è l'esplosione, ti senti come se fossi decollato e allora ti esalti, balli e urli.

Ciro@Torino non è convinto. Per lui è una mancanza di capacità artistica. Prova la stessa cosa quando vede quei quadri moderni, quelle macchie senza senso, i tagli, le bruciature. E che ci vuole a farli? La vera capacità pittorica è dipingere una marina di Posillipo sotto la luna, come quella che sua madre ha in salotto. La vera capacità musicale è quando Gigi suona il pianoforte. Ma anche quella del vecchio della sera prima, l'americano che faceva i numeri con la chitarra.
Mi trovo in imbarazzo perché non ci sono le condizioni adatte per fare a Ciro@Torino un compendio dei cambiamenti nell'arte negli ultimi 150 anni. E poi anche rimango un po' stranito se penso al pubblico di Lou Reed che scoppiava in un applauso dopo una fatica fisica dell'artista impegnato in un amplesso pancorporeo con la sua chitarra e al pubblico dei Daft Punk che esulta quando uno dei due preme un tasto con un solo dito e fa partire un giro. Che gli dico ora? Che è un'arte delegata alle macchine? Che è scomparsa la fisicità e la fatica a favore del gesto e della tecnica? Guarda bene, Ciro@Torino. Hai visto che anche gli artisti sono scomparsi? Sono nascosti dietro due maschere.
Ecco quella cosa delle maschere Ciro@Torino l'aveva notata. Quella legge che proibiva di andare in giro con passamontagna è ancora in vigore. Nel dubbio lui li avrebbe fermati e obbligati a farsi riconoscere. La legge è valida per tutti, anche se sono americani.

No, Ciro@Torino. Questi non sono americani. Sono francesi.
Ah, peggio ancora, si riscalda Ciro@Torino. Io i francesi non li ho mai sopportati e ancora meno li sopporto da un anno a questa parte (inutile specificare che nel portafogli Ciro@Torino ha la foto di Materazzi).
Be' in effetti i Daft Punk non sono campioni di simpatia e francamente nemmeno gli Air lo sono, come non lo era neanche Lio o Sylvie Vartan o il maresciallo De Gaulle. Ma non facciamone un caso di nazionalità. E inoltre per capire che erano di origine francese forse sarebbe bastata la struttura a piramide che spicca sul palco. Le manie di grandezza piramidali dei Daft Punk si allineano a quelle di Napoleone in Egitto o di Mitterand al Louvre. Magari Ciro@Torino è stato al cinema con la fidanzata a vedere "Il Codice Da Vinci" e qualcosa gli è rimasto. Ma Ciro@Torino non pare convinto di tutta la messinscena che ha richiesto quaranta minuti di montaggio, le luminarie da sagra paesana, i caschi, le piramidi.

Allora vorrei accompagnare Ciro@Torino verso il suo armadietto dove conserva i vestiti per la libera uscita. Gli indicherei i suoi jeans Richmond taroccati, acquistati da un senegalese bloccato mentre scappava spaventato dalla sua divisa. Gli farei notare come si tratta di jeans normalissimi, uguali a decine di altri pantaloni anonimi, senza neanche la scusante della qualità, in quanto si tratta di un prodotto cinese scadente. Ma a renderli unici e degni di essere indossati è quel RICH enorme sul sedere, realizzato con dei trasferelli che si cancelleranno al terzo lavaggio. E' il gigantismo del marchio a dare un senso a un jeans senza alcuna qualità. Ecco. Se togli le luci, i caschi, l'antipatia, il fumo e la potenza del suono non resterebbe nulla. Avresti cinquantamila persone ammassate a vedere due imbecilli che suonano il citofono.

Ciro@Torino non ne sarebbe convinto e resterebbe immobile ad attendere la fine di quelll'impetuoso vento elettronico, aiutandosi a resistere mentre nella mente si ripete "Campioni nel cuore che bello sarà / Sulla maglia un tricolore da cucire / Campioni nel cuore si sentirà il tuo nome dagli ultra's".
Dannato Zidane.


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