Il
suo vero nome è Ciro Sorrentino. Ma in onore di questo
festival lo chiamerò Ciro@Torino. Dedico a lui questa pagina
di diario.
Ciro
ha 23 anni ed è originario di Napoli. Napoli e basta. Non ho
mai capito perché i napoletani e i newyorchesi devono
specificare sempre anche il quartiere di provenienza. Da cinque anni
è in Polizia, da due si trova @Torino e stasera è di
servizio al concerto dei Daft Punk.
Ciro@Torino
è al di quà della barriera che segna il backstage,
nettamente staccato dal gruppetto dei colleghi. Nell'oscurità
del retropalco è in piedi e fronteggia cinquantamila (almeno)
esagitati, illuminati dai fasci bianchi del lunapark daftpunkiano.
Stretti in una marmellata umana che come la marmellata sobbolle,
sobbolle come il mare agitato, ma invece di bolle d'aria o spuma
rompe la superficie con mani che si alzano a segnare il tempo.
L'unico movimento possibile in quella massa è un pulsare
verticale.
Ciro@Torino
resta immobile. Ricorda quei soldatini anonimi che riempiono capitoli
minori di storia patria rinascimentale con i loro edificanti aneddoti
al limite della balla. A volte, quando ti muovi a caso
nell'urbanistica perpendicolare torinese, ti spunta di fronte un
monumento risorgimentale al centro di una piazza. In cima alla massa
di granito che emula le rocce alpine svetta il supereroe di turno, un
re o un generale che pur in mezzo alla battaglia mantiene la
compostezza nirvanica e immota dei capelli di Valentino Garavani. E i
militi ignoti sotto a fare brechtianamente tutta la fatica, ad
arrancare negli angoli del monumento, con la baionetta tra i denti,
lo zaino che sta per cedere e con le faccia stravolta. Normale se hai
le pallottole asburgiche che sibilano a un centimetro dalle orecchie.
Intorno
a Ciro@Torino non volano pallottole, ma i bassi esasperati dei Daft
Punk che lo investono da destra, ma non riescono a piegarlo né
a coinvolgerlo. La massa oscilla a tempo, ma lui non batte anfibio
neanche quando la folla riconosce "One More Time".
La
freddezza in momenti di crisi è la prima dote di un soldato. I
marines nel Vietnam cinematografico si caricavano con il proprio inno
o con la Cavalcata delle Valchirie. Ciro@Torino sopporta i colpi
spaventosi di batteria ripetendo nella mente: "Bere troppo ti fa
male / Non è questa la realtà / Guida piano per favore
/ Sogna l'alba che verrà".
Ciro@Torino
ha visto almeno sette concerti di Gigi D'Alessio, oltre ad avere,
tra casa a Napoli, caserma torinese e auto che ora usa il fratello
diciassettenne, una quindicina di cd masterizzati del suo idolo. Per
questo non capisce quello che avviene di fronte a lui. Quando Gigi si
siede al piano e inizia "Tutt'a Vita Cu Ttè",
"Fotomodelle un po' povere" o "Trenta canzoni" il pubblico
riconosce il successo e scoppia a urlare e applaudire. Quando poi
partono le prime note di "Non dirgli mai" è un boato e le
ragazze piangono. Ma questi, si domanda Ciro@Torino, perché
scoppiano a gridare quando dopo un certo numero di battute di colpi
attutiti riparte la batteria a potenza piena accompagnata da giochi
di luce, senza che sia stata riconosciuta una vera hit?
E'
una specie di liberazione, vorrei dire a Ciro@Torino. Si trova nella
musica primitiva e in quella dance. Crea la tensione, il corpo
vorrebbe muoversi, ma la potenza non è sufficiente. La si fa
crescere per qualche battuta e poi è l'esplosione, ti senti
come se fossi decollato e allora ti esalti, balli e urli.
Ciro@Torino
non è convinto. Per lui è una mancanza di capacità
artistica. Prova la stessa cosa quando vede quei quadri moderni,
quelle macchie senza senso, i tagli, le bruciature. E che ci vuole a
farli? La vera capacità pittorica è dipingere una
marina di Posillipo sotto la luna, come quella che sua madre ha in
salotto. La vera capacità musicale è quando Gigi suona
il pianoforte. Ma anche quella del vecchio della sera prima,
l'americano che faceva i numeri con la chitarra.
Mi
trovo in imbarazzo perché non ci sono le condizioni adatte per
fare a Ciro@Torino un compendio dei cambiamenti nell'arte negli
ultimi 150 anni. E poi anche rimango un po' stranito se penso al
pubblico di Lou Reed che scoppiava in un applauso dopo una fatica
fisica dell'artista impegnato in un amplesso pancorporeo con la sua
chitarra e al pubblico dei Daft Punk che esulta quando uno dei due
preme un tasto con un solo dito e fa partire un giro. Che gli dico
ora? Che è un'arte delegata alle macchine? Che è
scomparsa la fisicità e la fatica a favore del gesto e della
tecnica? Guarda bene, Ciro@Torino. Hai visto che anche gli artisti
sono scomparsi? Sono nascosti dietro due maschere.
Ecco
quella cosa delle maschere Ciro@Torino l'aveva notata. Quella legge
che proibiva di andare in giro con passamontagna è ancora in
vigore. Nel dubbio lui li avrebbe fermati e obbligati a farsi
riconoscere. La legge è valida per tutti, anche se sono
americani.
No,
Ciro@Torino. Questi non sono americani. Sono francesi.
Ah,
peggio ancora, si riscalda Ciro@Torino. Io i francesi non li ho mai
sopportati e ancora meno li sopporto da un anno a questa parte
(inutile specificare che nel portafogli Ciro@Torino ha la foto di
Materazzi).
Be'
in effetti i Daft Punk non sono campioni di simpatia e francamente
nemmeno gli Air lo sono, come non lo era neanche Lio o Sylvie Vartan
o il maresciallo De Gaulle. Ma non facciamone un caso di nazionalità.
E inoltre per capire che erano di origine francese forse sarebbe
bastata la struttura a piramide che spicca sul palco. Le manie di
grandezza piramidali dei Daft Punk si allineano a quelle di Napoleone
in Egitto o di Mitterand al Louvre. Magari Ciro@Torino è stato
al cinema con la fidanzata a vedere "Il Codice Da Vinci" e
qualcosa gli è rimasto. Ma Ciro@Torino non pare convinto di
tutta la messinscena che ha richiesto quaranta minuti di montaggio,
le luminarie da sagra paesana, i caschi, le piramidi.
Allora
vorrei accompagnare Ciro@Torino verso il suo armadietto dove conserva
i vestiti per la libera uscita. Gli indicherei i suoi jeans Richmond
taroccati, acquistati da un senegalese bloccato mentre scappava
spaventato dalla sua divisa. Gli farei notare come si tratta di jeans
normalissimi, uguali a decine di altri pantaloni anonimi, senza
neanche la scusante della qualità, in quanto si tratta di un
prodotto cinese scadente. Ma a renderli unici e degni di essere
indossati è quel RICH enorme sul sedere, realizzato con dei
trasferelli che si cancelleranno al terzo lavaggio. E' il
gigantismo del marchio a dare un senso a un jeans senza alcuna
qualità. Ecco. Se togli le luci, i caschi, l'antipatia, il
fumo e la potenza del suono non resterebbe nulla. Avresti
cinquantamila persone ammassate a vedere due imbecilli che suonano il
citofono.
Ciro@Torino
non ne sarebbe convinto e resterebbe immobile ad attendere la fine di
quelll'impetuoso vento elettronico, aiutandosi a resistere mentre
nella mente si ripete "Campioni
nel cuore che bello sarà / Sulla maglia un tricolore da cucire
/ Campioni nel cuore si sentirà il tuo nome dagli ultra's".
Dannato
Zidane.
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