Ciao.
Ve lo dico ora che magari state ancora dormendo. Sarete andati a letto
mentre io già facevo colazione in una deserta Breakfast Room d'albergo,
approfittando di quell'ora metafisica per prelevare dal buffet e
intascare parecchie monoconfezioni di marmellata ai mirtilli. Vi sarete
coricati dopo aver visto il sole levarsi sui Murazzi, soddisfatti della
performance di Violante Placido come dj. D'altronde, anche un'obesa
Wanna Marchi vendeva dimagranti. Viviamo l'era della
non-specializzazione.
Vi dico ora ciao, tramite quest'ultima pagina di diario elettronico.
A qualcuno ho detto ciao e anche grazie per sms. Perché sono un debole
e detesto vedere le cose finire.
"Il momento della giornata che preferisco è il crepuscolo", disse una
volta Battiato in una intervista. Anche per me è così e non solo quando
si tratta di momenti della giornata, ma in ogni caso. Il crepuscolo è
quel momento in cui sai che qualcosa sta per finire, ma non si è ancora
spento del tutto. Il crepusolo ha la malinconia della fine, ma non la
sua tragicità. Il crepuscolo del film è la colonna sonora che inizia a
crescere d'intensità, ma non ancora i suoi titoli di coda. E' andarsene
prima del caffè.
Allora, proprio per evitare gli abbracci e i brindisi, gli smontaggi
e i titoli di coda sono andato via appena annusato il crepuscolo del
concerto di Battiato. Stavano levandosi le ovazioni per l'ultimo pezzo
con i Subsonica che io già scappavo dall'uscita segreta in fondo al
recinto per i backstagisti.
Ho attraversato rapidamente il parco della Pellerina, passando per
l'ultima volta lungo il Viale del Colesterolo. Quel Boulevard dei
Grassi Idrogenati segnato da un unico infinito bazar del panino alla
porchetta in grado di segnarti due volte: rivestendoti le arterie di
micidiali LDL e patinandoti gli abiti di un aroma d'accampamento unno
difficile da mandare via. Ma ieri sera c'erano anche le polveri sottili
della malinconia che si depositavano su di me insieme all'acidità del
fritto.
Sono salito sulla navetta che mi avrebbe riportato in città ed ero
infelice al 75 percento. Per la prima volta avevo visto Franco Battiato
dal vivo. Mai successo prima nei venticinque anni da cui lo seguo in
tutte le sue fasi: la pop, la sgalambrica, la sperimentale che per me
resta la più entusiasmante. Conservo i suoi otto dischi incisi tra il
72 e il 78 a fianco dei cinque dischi bianchi di Battisti-Panella
perché insieme mi hanno fatto perdere tante amicizie.
Ieri sera Battiato non ha negato nulla e grazie ai Subsonica c'è stato
anche l'omaggio alla stagione 72-78, con "Fetus". Senza alcun finto
pudore artistico Battiato ha eseguito anche brani fin troppo ascoltati,
come "Le stagioni dell'amore", che per me resta la sua canzone più
bella, con suoni come i raggi di sole al tramonto che colorano le
nuvole. O i pezzi de "La voce del padrone". Lui che potrebbe
permettersi di snobbare il pubblico eseguendo composizioni wagneriane
con cori russi, si è messo a cantare di palome e centri di gravità
permanenti. Perché mi meraviglio di questo? Perché ricorderò sempre di
aver assistito nel 1999 a uno dei primi showcase dei Verdena, dei
quasi-Nirvana di origine camuna, tipici figli di quella emulativa
musica finto-rock la new italiana il free jazz punk inglese. Avevano un
repertorio di 7 pezzi a dir tanto. E solo alla fine, quasi minacciati
dallo scarso pubblico, il cantante annunciò con disprezzo che si
sentivano costretti a eseguire Valvonauta, la loro unica e anche abbastanza limitata hit, uscita solo un mese prima. Ah l'umiltà degli artisti!
Quando arriva la fine cerchi di non fare bilanci, ma non riesci a non
pensare a quanta fatica si spreca nel cercare i suoni, creare
arrangiamenti, sondare filosofie e inventare nomi. Cosa arriva al
pubblico? Seduto davanti a me sulla navetta c'era un trentenne con una
sbiadita maglietta De Puta Madre portata senza alcuna vergogna per il
tragico ritardo rispetto ai crudeli tempi delle mode. Chiamava un amico
nella Locride con un Nokia ormai di valore archeologico e cover dai
disegni tribali scrostati. "Sono a Torino, a un concerto. C'erano i
Subbesonica!"
Era felice nel dirlo, così come sarà stato felice nell'ascoltarli. Noi
lì a posare da intellettuali e artisti, a interrogarci per quattro
giorni su Berlino e lui, estraneo a tutto, racchiudeva la sua gioia
esplosiva in quell'epitesi che nei dialetti meridionali evita le
terminazioni ossitone dei monosillabi e crea strani incroci tra un
Subbuteo e una band torinese. Io sulla navetta a pensare alla tristezza
della fine e lui che ogni giorno conosce solo gli inizi di piccole
felicità scoppiettanti.
Allora ho deciso che avrei fatto terminare questa breve avventura
torinese qualche ora prima di quel momento, in un'isola della giornata
in cui ero stato felice. Ho abbassato lo sguardo sul mio orologio, una
riproduzione del monoscopio televisivo che desta invidia in chi lo
vede. Era mezzanotte e mezzo. Ho iniziato a far ruotare la corona per
riportare indietro le lancette.
Ecco le ventitré: mi sposto perché una petulante spettatrice si lamenta
con il suo abbronzato accompagnatore di come il pubblico non reagisca
con entusiasmo alla musica e inizia a urlare con voce stridula.
Ecco le ventidue e trenta: l'inizio del concerto di Battiato. Sono
davanti al suo camerino, in attesa che mi intervistino per un
documentario su Traffic e lui passa a pochi metri da me e c'è Sgalambro
che sulla porta guarda fuori il cielo come l'omino nelle vecchie
casette segnatempo.
Ecco le ventuno e quarantacinque: sul palco ci sono Anthony and the
Johnson, un act forse troppo delicato per una situazione di massa come
il festival, ma comunque suggestivo.
Ecco le diciannove. E' l'ora dell'imbarazzante performance di Meg ai
Giardini Reali nel tardo pomeriggio. Un successo su tutti i fronti per
Meg: impegnata doppiamente come lettrice di testi di Saviano e
cantante, non è riuscita a far bene nessuna delle due cose. Serve
talento anche in questo.
Ecco le diciassette. Sono in via Garibaldi e torno a passo spedito
in albergo. Ero uscito poco prima per andare a visitare qualche
libreria antiquaria di via Po attratto dai volumi con xilografie
seicentesche che non potrò mai permettermi. Mi sono poi fermato a uno
dei banchetti che vendono volumi usati perché in uno scatolone
seminascosto c'erano due vecchi Classici di Walt Disney e il numero 696
di Topolino del 30 marzo 1969. Li ho comperati per cinque euro. Per
questo sto camminando di corsa.
Voglio tornare al più presto in albergo, spegnere il telefono,
starmene da solo. Non condivere con nessuno questa mia piccola gioia
inutile. Non pensare al giorno che finisce. Prendere l'ultima albicocca
rimasta nel frigobar. Mettermi sul letto. Lasciarmi avvolgere dal
flusso malefico dell'aria condizionata a 18 gradi. Non pensare a
Traffic che finisce. Perdermi nella lettura del numero 696 di Topolino.
Tornare a un pomeriggio del marzo 1969. Non pensare alle cose che
finiscono. Tornare a quando "tutto-questo" doveva ancora cominciare.
Mercoledì scorso o 38 anni fa, non ha importanza.
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