In questa edizione di Traffic convergono tre città e tre animali.
Due sono bestie possenti e decise: il Toro e l'Orso. Bestie concrete e
con le zampe per terra che al mattino si alzano e vanno a lavorare a
piazza Affari o Wall Street, dove hanno un impiego come simbolo
dell'andamento delle Borse.
Il terzo animale-simbolo dovrebbe essere la sirena Partenope. Ma la
sirena bestia non è, ossia lo è per metà, per il resto è quasi umana.
Approfittando di questa sua doppia natura ` riuscita a
eludere sia i cataloghi di zoologia sia le Pagine Bianche. Si è
iscritta invece in un evanescente registro mitologico ai cui
appartenenti la giunta Bassolino pare garantisca trattamenti di favore
nel quadro dei concorsi regionali proprio in virtù della loro
precarietà esistenziale.
E già un tempo Partenope fu al centro di un duro attacco per la
scarsa trasparenza che le fece vincere un ulteriore concorso comunale
durante il quale oltre 9000 bestie mitologiche si contendevano un solo
posto di simbolo cittadino. Partenope raccontò una tragica storia
d'amore e morte: perdutamente innamorata di Ulisse e da questi
rifiutata, si gettò in mare, annegando nel golfo di Napoli. Vinse
subito il concorso, tra le lacrime dell'intera giuria commossa.
Ma ancora si ricorda l'aspra battaglia moralizzatrice capitanata
subito dopo dalla Lega Nord, la cui candidata, la dea celtica Bo Find a
forma di vacca, era stata esclusa dal concorso. "Ma come?" tuonò
l'onorevole Calderoli. "Una sirena, una che per metà è pesce, si butta
in mare e muore annegata? Sempre i soliti finti invalidi! Sempre la
solita truffa alla napoletana!"
Lo scandalo, invece che nuocere, segnò il definitivo trionfo per la
sirena Partenope. Come ha detto il sindaco Rosa Russo Jervolino in una
sua recente partecipazione a "Porta a Porta": nessuno meglio della
sirena Partenope potrebbe rappresentare la doppia natura della città,
avvenenza e mostruosità, realtà e fantasia, adulazione e inganno. E poi
quella minima dose di omertà che non guasta mai. Il Toro di Torino e
l'orso (Bär) di Berlino sono troppo vincolati onomanticamente alle
proprie città. La sirena, se accusata, può agevolmente discolparsi: "Io
sono Sirena, quella è Napoli… non abbiamo che una sola sillaba di
contatto."
Così, forte di un incarico che nessuno le toglierà mai, la sirena
Partenope ha fatto la sua comparsa nella parte letteraria di Traffic,
ospite del Toro che le ha messo a disposizione i Giardini Reali. In due
giorni ha presentato separatamente la sua doppia natura. Ieri, venerdì, è; salita sul palco la parte femminile, Valeria Parrella.
Scrittrice brava nella sua compostezza multipla di scrittura, pensiero
e lettura. Mai eccessiva nell'esposizione, meditativa prima che
accusatoria. Si alternava nelle letture ai brani eseguiti da Raiz,
anch'egli composto, quasi sognante. Due risposte spiazzanti a chi ha
sempre l'idea degli artisti napoletani come masanielli sudati e urlanti.
Valeria Parrella è vagamente sirena anche lei, con quello strano
animale doppio mosca+balena che ha segnato il suo successo letterario.
Valeria è una miniaturista di interni napoletani, non una violenta
affrescatrice dei soliti scenari di sfacelo e scandalo. Ma le sue
miniature riflettono come piccoli specchi quegli stessi scenari di
sfacelo e scandalo che, proprio per il modo inatteso in cui arrivano a
noi, hanno la capacità di persistere più a lungo nella memoria.
La parte ittica della sirena, il pesce più spiacevole, quello che
non aspetta nemmeno tre giorni per puzzare è invece salito sul palco il
giorno prima, giovedì. A parlare c'era Mario Martone, il regista di
"L'Amore Molesto", da molti identificato con la crasi "il regista
molesto". Un principe di banalità, un abile miscelatore di cocktail a
base di noia e irritazione. Sono rimasto dolentemente colpito quando
Martone ha iniziato a sparlare del nord-est italiano con termini
violenti e offensivi. Un artista non dovrebbe esprimersi così, con la
stessa rozzezza di pensiero di quei salumieri entrati in formazioni
politiche localiste per difendere i propri interessi bottegai. E
soprattutto non si va a fare il paladino di Napoli dopo averla
abbandonata per trasferirsi in una più comoda Roma. Mi auspico un
accordo Venezia-Napoli per far passare qualche momento molesto a
Martone.
È facile cadere nel luogo comune e nel cialtronismo geografico
quando si parla di Napoli, ma anche quando l'oggetto del discorso è
Berlino il rischio è dietro l'angolo. Napoli non è l'Italia e Berlino
non è la Germania. L'Italia non esiste, esistono solo comuni e
campanili, proprio come la Germania non esiste ed esistono forti
identità locali, dove il termine Heimat (patria) indica più spesso il
Land della nazione intera. Se prima che con l'Interrail si viaggiasse
un po' anche con i libri ci si renderebbe conto che la Germania è un
mosaico urbano-letterario più variegato dell'Italia, dove tra la
Berlino di Döblin, la Weimar di Goethe e la Lubecca di Mann ci sono
distanze incolmabili.
Ma il giovane artista che a un certo punto decide di dare una
verniciata cool al proprio curriculum, parte per Berlino con un low
cost e già dopo una passeggiata lungo l'Unter den Linden crede di aver
aspirato con il profumo dei tigli anche l'essenza della cultura
tedesca. Inizia così a dipingere con le pennellate angolari degli
espressionisti. Ma dietro quei tratti forti, dietro quella cupezza di
tinte e situazioni c'è solo maniera e tutti i limiti dell'emulazione.
Come quando i pittori gotici tedeschi che cercavano di rifare gli
angeli che avevano visto a Siena, ma non sapevano infondervi dolcezza
perchè forse avevano gi6agrave; nel dna le pennellate angolari degli
espressionisti di sei secoli dopo.
Opere
emulative come quelle che ho visto nelle gallerie torinesi che hanno
aperto esposizioni legate al tema di Traffic. Gli artisti Italiani
partono con l'idea di rifare Otto Dix ma poi ricadono in Totò e Peppino
(divisi a Berlino).
Ecco perchè l'unico artista tra tutti quelli esposti che mi ha
coinvolto l'ho visto alla Marena Rooms Gallery. Si chiama Guido Alfs e
pur essendo nato nel 1971 possiede lo stesso dna espressionista che già
operava nei suoi antentati gotici. Alfs è pittore cupo, trasversale,
violento, berlinese per nascita ed essenza e non per emulazione. Figlio
della Berlino-sirena, quella ormai inesistente, distrutta dai
bombardamenti e di cui si hanno solo ricordi mitologici. Nelle opere di
Alfs c'è la paura che le tremende leggende tedesche facevano ai bambini
disobbedienti. Non ci sono le stucchevoli storielle sotto il Muro alla
Bowie o alla Pink Floyd nè le immagini lucide della Berlino dei loft
che ci propinano i mensili patinati di architettura. C'è una Berlino
paludosa, con i colori del legno marcio. Come se la Sprea fosse uscita
dagli argini e avesse sommerso tutto per decenni. Quando poi le acque
si sono ritirate, Alfs ha iniziato a ritrarre quello che era tornato
alla luce. C'è un dettaglio di un'opera di Guido Alfs, "Der Flugtag",
in cui uno strano aereo enorme e dal volto umano sorvola persone
terrorizzate. Ieri ho passato parte della serata fissando quel
dettaglio e poi naturalmente ho dormito malissimo. Ma non so se mi
abbia procurato più angoscia quell'aereo antropomorfo o le centinaia di
giovani universitari un po' stracciaroli, fan degli Arctic Monkeys,
ascoltati sul bus-navetta verso la Pellerina mentre si auspicavano di
andare "a fare l'Erasmus a Berlino perchè lì sì che ci si diverte".
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