Appena
arrivato a Torino, appena entrato in albergo, appena preso possesso
della camera ho capito che qualcosa non andava più nelle
nostre esistenze. Perché un tempo nemmeno troppo lontano mi
sarei avventato sul frigobar, aprendo con cura le bottigliette senza
deformare i tappi, svuotandole del contenuto fino a lasciare sul
fondo solo un dito di bevanda che avrei poi allungato con acqua a
ricreare un effetto "bottiglia-intatta" agli occhi di distratti
camerieri al piano.
Oggi
invece la prima cosa che ho fatto è stata estrarre dalla borsa
il portatile e controllare la presenza di reti WiFi per poter
scaricare la posta elettronica.
E
il gusto che ho provato collegandomi di frodo a una rete non protetta
del vicinato era superiore a quello che mi dava lo svuotare una
mignon di cognac, rabboccandola poi con acqua di rubinetto.
Il
dubbio mi ha colto solo più tardi, durante il tragitto al
Parco della Pellerina dove si sarebbe tenuto il primo evento musicale
di Traffic, "Berlin" con Lou Reed. Cosimo, uno degli
organizzatori, invitava la ragazza al volante a superare con
scioltezza ogni vincolo e barriera di ingresso con l'incitazione
"Passa, tanto siamo rock'n'roll".
Ed
ecco il dubbio che mi si è accomodato accanto sul sedile
posteriore: era più rock'n'roll il vecchio furto alcolico
con destrezza dal frigobar o lo è di più l'attuale
scrocco informatico e deludente? Deludente perché dopo tanta
ansia di scaricare la posta elettronica gli unici messaggi email
ricevuti erano la solita pubblicità di viagra (sesso), la
solita réclame di psicofarmaci (droga) e il solito file Power
Point pieno di frasi vomitevoli dell'amica cucciolosa da mandare ad
altri dieci amici che ami (compreso chi te l'ha spedito) altrimenti
ti sarebbe successo di tutto. E questo rovinava la triade, perché
non aveva alcunché di rock'n'roll.
Arivati
con l'auto praticamente sotto il palco, tra lo sgomento della
security, mi portano nel backstage e lì mi sono trovato faccia
a faccia con l'elemento che latitava: il rock'n'roll.
Alle
20.00 dell'11 luglio 2007 il rock'n'roll aveva la forma di un
signore piuttosto anziano e anonimo che fumava appoggiato alla
balaustra fuori da un prefabbricato. Come un qualsiasi panettiere
uscito dal negozio e ha attraversato la strada per godersi una
sigaretta.
Solo
che il panettiere si chiamava Lou Reed e non aveva attraversato solo
la strada, ma l'intera storia della musica, anzi dell'arte, visto
che culturalmente proviene da New York, città dove nessuno è
mai stato troppo interessato a creare barriere tra le diverse
discipline artistiche e gli stili. Non a caso le scene di "Berlin"
sono opera di Julian Schnabel che fa il pittore, il regista, il
musicista e tutto quello che ha voglia di fare.
Non
riesco ancora a capire quando si è avuta la svolta, quando
l'idea di rock'n'roll ha smesso di essere legata all'immagine
di giovanetti pieni di energia e dediti agli stravizi più
demolitori e si è invece sovrapposta a quella di anziane
lucertole come Mick Jagger, di affezionati clienti di coiffeur come
Rod Steward o David Bowie e di pensionati che litigano tutto il
giorno con la moglie come Paul McCartney.
Guardando
Lou Reed mentre fumava fuori dal suo camerino lo avrei inserito nella
categoria lucertole pensionate, di quelle cui hanno tagliato tante
volte la coda, prontamente ricresciuta più affusolata di
prima. La lucertola Lou Reed dava le spalle al sole declinante e
fumava. Sembrava pulito.
Perché
nel mio completo cialtronismo mentale categorizzante, mi sarei
aspettato di vedere Lou Reed dentro le orbite plurime di polvere,
droga, sporco, sguardi lascivi, un po' come Pig Pen, il bambino dei
Peanuts perennemente infangato. Non riuscivo a non pensare a ciò
che lessi nel 1981 su un giornale di inserzioni gratuite. Non c'era
l'email. Bisognava telefonare e dettare gli annunci alle segretarie
che forse non erano molto versate in campo musicale. Perché
quella volta lessi questo annuncio: "Cerco dischi di lurid".
E questo errore non fece che aumentare in me l'idea di un rocker
talmente sporco da essere lurid(o). Avrei avuto quasi voglia di
raccontare questo assurdo refuso segretariale a Lou, ma la traduzione
avrebbe reso tutto complicato.
Ho
preferito così fermarmi con una scusa a meno di 3 metri da
lui, come per entrare di frodo nella rete WiFi emessa dal suo
cervello.
Recepire
per esempio la visione che negli anni Settanta dovevano avere a New
York dell'Europa, fatta di un'attrazione per la decadenza e di un
totale disinteresse verso teorie assurde come quelle della Scuola di
Francoforte. Lou Reed è infatti la perfetta antitesi di Sergiu
Celibidache, il direttore d'orchestra rumeno che si rifiutava di
realizzare registrazioni discografiche in nome di quella noiosissima
aura
di
Walter Benjamin secondo cui le registrazioni ucciderebbero la
componente eterea e irripetibile che si ha nelle esecuzioni dal vivo.
Con uno sberleffo a Benjamin (che per di più era berlinese),
Lou Reed incise l'album "Berlin" nel 1973 e solo trent'anni
dopo ha deciso di proporlo dal vivo, ritendendo forse che
l'esecuzione live avrebbe distrutto quell'antiaura propria di
un'opera troppo complessa e nata solo per essere incisa.
E
muovendomi sempre da clandestino nella rete WiFi delle esperienze di
Lou percepivo tutta quella inestricabile connessione di presenze del
mio Pantheon, da Andy Warhol a David Bowie a Laurie Anderson, che lui
ha visto, toccato, magari picchiato.
E
poi, finalmente, ecco la rappresentazione. "Berlin" è
definito un concept-album, altri la chiamano opera. E anche io la
definirei opera, perché ha una storia drammatica, perché
ha degli interpreti, un coro, una ciclicità musicale. Un'opera
pre-verista. Con la "Traviata" Verdi introdusse una recitazione
"realista" della trama, senza le continue ripetizioni di pochi
versi, tipiche di tutto il melodramma precedente, su cui poi il
soprano infiorettava variazioni e trilli ribattendo le sillabe. Lou
Reed presentando "Berlin" parlò di una "storia
realistica" e proponeva una storia in fondo simile a quella della
Traviata (Violetta e Caroline vivono e muoiono da donne perdute).
Però musicalmente riprende la struttura della ripetizione
preverdiana: per esempio, l'infinita reiterazione del coro che
canta "Sad song" mentre il ruolo di improvvisazione virtuosistica
che era proprio del soprano tocca alla chitarra elettrica. Perché
non si deve dimenticare che è rock'n'roll.
E
sotto questa emozione, a termine concerto, avevo deciso di tornare in
albergo e distruggere qualche suppellettile della mia camera. Ma
davanti all'ingresso c'era una volante della Polizia. Qualcuno mi
aveva preceduto e aveva già sfasciato la reception a colpi di
Stratocaster? No. Si trattava solo di un falso allarme incendio.
Tutto era silenzioso e tranquillo in hotel. E un po' mi dispiaceva.
Quale finale di giornata sarebbe stato più rock'n'roll
della fuga da un albergo in fiamme nel centro di Torino?
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