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Festival
TRAFFIC 

JOURNAL

Giorno dopo giorno 5. Precipitazioni punk. Torino, 11-12 luglio 08.

luglio 12, 2008 10.10 by Pier Andrea Canei

«Das war typisch italienisches Chaos!» ridacchia, al telefono, un gioviale omone tedesco con badge targato Sex Pistols, seduto nell'area lounge, circondato di fanghiglia. E se la ride di cuore. Un tipico casino italiano? «Sì, quando è arrivato l'acquazzone sotto al palco c'era un groviglio di cavi indescrivibile, assolutamente fuori norma: roba che in Germania non te la facevano passare neanche dipinti. Poi, tutta quell'acqua, in mezz'ora, un rischio cortocircuito che non ti dico, poi sono arrivati i pompieri e hanno pompato via tutto, per fortuna. Ma questo è il festival più importante d'Italia?» Il signore tedesco, uno spedizioniere che arriva da Londra dove ha prelevato in tutta fretta chitarre e strumenti vari per Johnny Rotten e compagni, si è seduto a rilassarsi vicino alla postazione di Wi-Pie (dove  c'è un pregevole incessante lavorìo di armonie vocali e di chiacchiere colorate da parte di Mao e dei Santabarbara) si diverte un mondo, e questo è lo spirito giusto.

 

In difesa della fanghiglia, va detto: era giusto che ci fosse stasera, era esteticamente appropriato, era corretto nei confronti di tutti quegli spettatori con le creste e le canotte strappucchiate, con i guinzagli puntati al collo e con i ciuffi verde e arancione e rosso powerade. E poi fa tanto Glastonbury, per non dire Woodstock, e c'è un quartino di nobiltà rock'n'roll in più anche per gli imborghesiti dell'area lounge, tipo il blogger di Traffic, finalmente costretti al disagio, a marciare attraverso scivolose paludi anche per prelevare una birretta. 

 

I Punkreas, che raramente hanno a che fare con raduni di massa, sembra debbano saltare causa maltempo, poi la ragione prevale e iniziano a suonare, facendo partire anche l'allarme di un grosso van blu. Vengono compressi in uno showcase di energia, ma sono piuttosto apprezzato dal popolo del pogo, gli autoscontri umani di stretta osservanza punkrock che fanno da contrappeso all'eterodossia del popolo dei display luminosi: sembra che a un certo punto tutti quelli che non stanno pogando stiano riprendendo in diretta il concerto, fotografando, registrando, chissà poi per farne che. Modesta proposta: riavvicinatevi, o popoli del pogo e del display, in nome della fratellanza Traffic: andate tutti a pogare con i cellulari e le videocamerine in mano, poi scambiatevi segni di pace e mail multimediali e siti online con le vostre soggettive del pogo.

 

La cosa carina è che c'è anche la mamma-chioccia stile Carmela Soprano con i suoi due cuccioli con ciuffolotti punk in erba, allarmata ma anche un po' sorridente alla vista dei poganti e delle canne e delle bottiglie di plastica che volano. Lei lo sa che vogliono solo giocare. È tutto punk formato famiglia, compresi i Wire che suonano solido e preciso, anche se sembrano piuttosto abbattuti, fin troppo dimessi. Con tanto di occhiali da vista a mezz'asta, come uno stomatologo di Pinerolo qualsiasi. In effetti dev'essere difficile invecchiare da stimati professionisti nel ramo musica giovanile incazzata, uno come fa ad andare avanti senza dissociarsi da se stesso, uno del middle management che per andare sul sicuro si veste tutto di nero, evita ogni retorica, fa il suo, porta a casa il concerto da vecchio mestierante punkantenne, e scusate tanto, se mi volevate entusiasta mi pagavate quanto i Sex Pistols.

 

Vabbene, in nome dello show chiamiamoli pure Sex Pistols: però poteva essere anche Johnny Rotten & i suoi roadies, Johnnie Rotten & i maestri di tennis, poteva essere la qualunque, in effetti, purché davanti ci fosse Johnny Rotten. Magari aveva i crampi o la stomatite, era in ritardo, era spocchioso, era di qua e di là: però quando è salito sul palco tirando fuori subito qualche improperio in nome della buona educazione, la colonnina del mercurio punk è schizzata verso l'alto. «That was fucking impolite!» strepita, sfiorato da una birra volante, e minaccia di andarsene a casa subito. «You dirty fucking coward!» (carina questa affettazione da upper class britannica: ciò che lo infastidisce è la mancanza di educazione del cecchino ignoto cui dà del codardo). Però, che diamine, è pur sempre Johnnie Rotten: casacca a quadrettoni e pantaloni a quadrettini, conciato come un mix tra Mick Hucknall e Sbirulino, panzuto, puntuto, peldicarotten, ma tiene in pugno la sua fucking audience come quel vero showman che è.

E alla fine è merito in parti uguali della fanghiglia e di giònnirotten se questa serata si colora di mitologia festivaliera autentica. Perché Milano era un rave, Biella un salotto, la prima serata torinese un nuovo cinema paradiso, la seconda un trip elettronico: ma qui sono tutti bagnati, sciamannati, lutulenti, danzanti e schiamazzanti come si conviene a un festivalone vero. «Allah be praised!» (Johnny Rotten in un momento muezzin della sua variopinta performance). 


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gennaio 6. 2009 02.21