«Das war typisch italienisches Chaos!»
ridacchia, al telefono, un gioviale omone tedesco con badge targato Sex
Pistols, seduto nell'area lounge, circondato di fanghiglia. E se la ride di
cuore. Un tipico casino italiano? «Sì, quando è arrivato l'acquazzone sotto al
palco c'era un groviglio di cavi indescrivibile, assolutamente fuori norma:
roba che in Germania non te la facevano passare neanche dipinti. Poi, tutta
quell'acqua, in mezz'ora, un rischio cortocircuito che non ti dico, poi sono
arrivati i pompieri e hanno pompato via tutto, per fortuna. Ma questo è il
festival più importante d'Italia?» Il signore tedesco, uno spedizioniere che
arriva da Londra dove ha prelevato in tutta fretta chitarre e strumenti vari
per Johnny Rotten e compagni, si è seduto a rilassarsi vicino alla postazione
di Wi-Pie (dove c'è un pregevole
incessante lavorìo di armonie vocali e di chiacchiere colorate da parte di Mao
e dei Santabarbara) si diverte un mondo, e questo è lo spirito giusto.
In difesa della fanghiglia, va detto: era giusto
che ci fosse stasera, era esteticamente appropriato, era corretto nei confronti
di tutti quegli spettatori con le creste e le canotte strappucchiate, con i
guinzagli puntati al collo e con i ciuffi verde e arancione e rosso powerade. E
poi fa tanto Glastonbury, per non dire Woodstock, e c'è un quartino di nobiltà
rock'n'roll in più anche per gli imborghesiti dell'area lounge, tipo il blogger
di Traffic, finalmente costretti al disagio, a marciare attraverso scivolose
paludi anche per prelevare una birretta.
I Punkreas, che raramente hanno a che fare con
raduni di massa, sembra debbano saltare causa maltempo, poi la ragione prevale
e iniziano a suonare, facendo partire anche l'allarme di un grosso van blu. Vengono
compressi in uno showcase di energia, ma sono piuttosto apprezzato dal popolo
del pogo, gli autoscontri umani di stretta osservanza punkrock che fanno da
contrappeso all'eterodossia del popolo dei display luminosi: sembra che a un
certo punto tutti quelli che non stanno pogando stiano riprendendo in diretta
il concerto, fotografando, registrando, chissà poi per farne che. Modesta
proposta: riavvicinatevi, o popoli del pogo e del display, in nome della
fratellanza Traffic: andate tutti a pogare con i cellulari e le videocamerine
in mano, poi scambiatevi segni di pace e mail multimediali e siti online con le
vostre soggettive del pogo.
La cosa carina è che c'è anche la
mamma-chioccia stile Carmela Soprano con i suoi due cuccioli con ciuffolotti
punk in erba, allarmata ma anche un po' sorridente alla vista dei poganti e
delle canne e delle bottiglie di plastica che volano. Lei lo sa che vogliono
solo giocare. È tutto punk formato famiglia, compresi i Wire che suonano solido
e preciso, anche se sembrano piuttosto abbattuti, fin troppo dimessi. Con tanto
di occhiali da vista a mezz'asta, come uno stomatologo di Pinerolo qualsiasi.
In effetti dev'essere difficile invecchiare da stimati professionisti nel ramo
musica giovanile incazzata, uno come fa ad andare avanti senza dissociarsi da
se stesso, uno del middle management che per andare sul sicuro si veste tutto
di nero, evita ogni retorica, fa il suo, porta a casa il concerto da vecchio
mestierante punkantenne, e scusate tanto, se mi volevate entusiasta mi pagavate
quanto i Sex Pistols.
Vabbene, in nome dello show chiamiamoli pure
Sex Pistols: però poteva essere anche Johnny Rotten & i suoi roadies,
Johnnie Rotten & i maestri di tennis, poteva essere la qualunque, in
effetti, purché davanti ci fosse Johnny Rotten. Magari aveva i crampi o la
stomatite, era in ritardo, era spocchioso, era di qua e di là: però quando è
salito sul palco tirando fuori subito qualche improperio in nome della buona
educazione, la colonnina del mercurio punk è schizzata verso l'alto. «That was
fucking impolite!» strepita, sfiorato da una birra volante, e minaccia di
andarsene a casa subito. «You dirty fucking coward!» (carina questa
affettazione da upper class britannica: ciò che lo infastidisce è la mancanza
di educazione del cecchino ignoto cui dà del codardo). Però, che diamine, è pur
sempre Johnnie Rotten: casacca a quadrettoni e pantaloni a quadrettini,
conciato come un mix tra Mick Hucknall e Sbirulino, panzuto, puntuto,
peldicarotten, ma tiene in pugno la sua fucking audience come quel vero showman
che è.
E alla fine è merito in parti uguali della
fanghiglia e di giònnirotten se questa serata si colora di mitologia
festivaliera autentica. Perché Milano era un rave, Biella un salotto, la prima
serata torinese un nuovo cinema paradiso, la seconda un trip elettronico: ma
qui sono tutti bagnati, sciamannati, lutulenti, danzanti e schiamazzanti come
si conviene a un festivalone vero. «Allah be praised!» (Johnny Rotten in un
momento muezzin della sua variopinta performance).
Correntemente valutato 2.6 da 5 utenti
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