«Scusa, siete dell'organizzazione voi?» Con quella beata
sfacciataggine che solo una profonda ignoranza può donare, il blogger di Traffic,
appena arrivato in albergo a Torino, scrocca un passaggio a un pezzo di storia
del rock alternativo italico: metà dei Massimo Volume. Ossia il chitarrista
Egle Sommacal che, posato e cordiale, racconta delle sue esperienze da barman; e
la batterista Vittoria Burattini, guidatrice con una certa dose di nervosismo
che i vialoni torinesi attizzano, e la voce femmina del navigatore non lenisce.
«Ci sono coppie che divorziano, per via dei sistemi di navigazione». Sette anni
che non suonano assieme: ci sta anche, sbagliare un incrocio. L'importante è non
cannare la destinazione, e difatti dopo un po' si arriva in quel pezzo di
archeologia industrial-ferroviaria che risponde al nome di Officina Grandi
Riparazioni. Succursale, stasera, di casa Usher.
Le soggettie delle folate di vento, i libri che colano giù
dagli scaffali, le batterie di candele che si liquefano lentamente: i gatti che
occhieggiano dietro ai pendoli, la polvere dei secoli, annidata ovunque, e
ovunque spazzata via dal soffio della tempesta. Era la prima volta di molte
visioni per questa Chûte de la maison Usher girata nel 1928 da Jean Epstein (con
Luis Buñuel sceneggiatore e aiuto regista). E cadenzata stasera dalla colonna
sonora live a cura dei Massimo Volume, che ci mettono fegato, cuore, cervello,
chitarre suonate da Mimì con l'archetto, chiodi piantati con la batteria, soffi di
timpani e giochi di ombre, a esaltare la tensione allucinata e le qualità
psichedeliche del film.
Fuori ci sta un mondo di torinesi alternativi e faccie da
rive gauche: non siamo al circolo del tennis qui, ognuno lavora sul proprio
personaggio. Uno che di casa Usher francamente se ne impippa è Loris, trentenne
grande grosso e gentile, nato e cresciuto , di orignie calabrese (i miei sono
di Tropea, io non son mai stato) venuto qui per vedere Sghisgo (o qualcosa del
genere), un amico che suona. Poco interessato ai racconti di Edgar Allan Poe,
Loris ha una sua storia dell'orrore da raccontare. Nel novembre del 2007 è
entrato da un paio di settimane come addetto allo stoccaggio gomme per la
Pirelli Pneumatici a Settimo Torinese (ma lui dipende da una coop, di cui non
fa il nome). Lui guida il muletto: il carrello montacarichi che serve a
spostare grossi pallets, o carichi. Non è un novizio: ha già lavorato a Roma
«ai concerti», dallo spedizioniere Bartolini a Bologna, e in giro per la
Toscana. «Però ero nuovo allo stoccaggio gomme: ero lì da poco, e non è che ti
stanno veramente dietro; più che altro ti danno qualche dritta, ti smaliziano».
A un certo punto Loris appoggia male un carico di materia prima per pneumatici
(«sono lingue di gomma, i carichi sono di 800 chili alla volta»), che resta in
bilico sul pancale, a due metri di altezza. «E allora è intervenuto il mio
capo. Ha detto spostati e si è messo lui ai comandi del muletto: io sono
rimasto di fianco, per vedere come si faceva». Fuori dal gabbiotto di
protezione Loris segue la manovra del suo capo, che però, cercando di rimettere
a posto il carico, lo sbilancia. È un attimo, un cigolìo, un tonfo assordante che
si perde nel magazzino; è Loris che intuisce e si scansa («altrimenti il piede
sarebbe polverizzato») ma non del tutto. Il peso lo prende di striscio, e gli
schianta a terra la vita lavorativa. Da quel giorno è fermo; da fuori si vede
una lunga cicatrice e una caviglia molto gonfia; da dentro le sue complicate
lesioni ossee hanno già richiesto tre operazioni, e ancora non sa se tornerà a
camminare normale. Il lavoro non lo ha perso: sta cercando di farsi risarcire
(«uno che rimane zoppo a vita, almeno 150 mila euro glieli vogliamo dare?»),
sta cercando di tenere lo stipendio, sui mille euro al mese, e sta cercando di
capire che lavoro fare senza poter fare fatica. «Magari potrei condurre Striscia
la notizia, o almeno fare l'inviato:
Antonio Ricci mi piace. Io non ho esperienza, ma la stoffa sì».
Vabbene, il blogger di Traffic si è intrippato più su cose extramusicali stasera. Il film, il
racconto di Loris, il design delle carceri nuove (stanno proprio di fianco
all'Officina Grandi Riparazioni, vale la pena di andare a vedere la mostra Flexibility il fumo, la fame. Quella horror, che si patisce in un posto
dove riparavano locomotive, dove regalano emozioni multimediali, dove osano le
aquile e i «culture vulture», ma dove non soffriggono le salamelle. La birra,
invece, c'è. E c'è pure Fabio Novembre in consolle, dopo un po' per l'avvio di
una soirèè elettronico-danzante che raccoglie i non tantissimi reduci di casa Usher.
Fabio, ormai iconcina pop che salta fuori da tutte le parti mostra alla Besana,
cover di Gq, in caffettano alla boutique di Tom Ford, lancia la festa e schizza via per Milano.
Provato, il blogger di Traffic finisce su un taxi che infila vialoni a raffica,
finisce a Hiroshima, constata il perdurante nottambulismo di Tricky, richiama
un altro taxi e ventisei vialoni dopo si affloscia in hotel come una Madeline
Usher qualsiasi, come il ritratto ovale di un pendolare sfinito.
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